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lunedì 13 luglio 2015

INTERLUDIO 2 - Noi non siamo pronti

Si svegliò di soprassalto, sudato, ansimante.
Gli occhi impiegarono diversi istanti ad abituarsi all'oscurità della misera stanzetta d'albergo che aveva eletto a propria abitazione da due mesi a quella parte; quando il suo braccio sinistro ritornò alla forma antropomorfa originale abbandonando quella della canna di un grosso fucile mitragliatore, percepì semplicemente il cambiamento di peso e il restringersi delle sue ossa, ma non riuscì a vedere nulla.
Si abbandonò sul letto, sfinito.
Ancora un'altra volta lo stesso sogno, lo stesso, terribile incubo rigonfio di morte, distruzione e nero vuoto.
Ma chi voleva prendere in giro? Non era affatto un sogno. Nel suo caso, non era mai "soltanto un sogno".



Lentamente si mise seduto sul letto, quindi si alzò; i suoi movimenti erano rigidi e macchinosi, retaggio più dell'età avanzata che del senso di stanchezza.
Nel buio lanciò una mano verso il piccolo comodino di legno e tastò cieco fino ad afferrare il piccolo pezzetto di carbone: era lì, freddo, secco, quasi ad aspettarlo.
Si guardò attorno nell'oscurità, cercando di ricordare una porzione delle pareti della stanza ancora priva di qualsiasi sua espressione artistica; non ne era sicuro, quella storia andava avanti davvero da troppe notti.
Sfiorò i muri per qualche istante, salì con i piedi sul letto per raggiungere un piccolo quadratino di intonaco ancora intonso, quindi prese a raschiare con forza con il pezzetto di carbone.
Scrisse "Noi non siamo pronti", con la sua calligrafia (già caotica di suo) resa ancora più incomprensibile dalla situazione intera.

Diciasette lettere, quattro parole. Le stesse diciassette lettere e quattro parole con le quali aveva occupato tutta la camera.

"Non non siamo pronti"

lunedì 29 giugno 2015

INTERLUDIO 1 - Le tre teste



- ... usando una delle mie armature!!! -
SBAM: l'urlo di rabbia si fece seguire dall'urto di una mano sul tavolo d'acciaio, che risuonò per alcuni lunghi istanti all'interno della stanza semi-buia.
Fu la voce di una donna a spezzare la tensione.
- Non avevo il tempo di chiedertela in prestito, la Pietra sarebbe rimasta nel Museo di Rain City soltanto per un paio di giorni... te l'ho già spiegato! E poi dubito che il tuo piccolo Geppetto segreto faticherà più di tanto a sostituirla! -
Una terza voce si aggiunse alla discussione, più calma, più tranquilla, più profonda, sicuramente maschile.
- Madame, la questione non è certo questa... e mi creda, comprendiamo entrambi l'urgenza della sua necessità: tutti e tre siamo soliti non farci fermare, nella strada per raggiungere i nostri obiettivi. -
- Il fatto è che, ora, lei si trova priva della Pietra (che è stata distrutta) e in giro c'è un uomo, questo Kevin Logue, collegato neuralmente all'armatura... una variabile che di certo faremo fatica a far entrare nei nostri piani. -
L'altro uomo, quello che era sbottato di rabbia pochi istanti prima, prese la parola con un leggero colpo di tosse.
- E, come se non bastasse, Madame... abbiamo anche attirato l'attenzione di quel tizio in armatura. LUI è qualcosa che davvero non riusciremo a far entrare nei nostri piani! -
La risata acuta e fastidiosa della donna quasi non lo lasciò terminare la frase.
- Voi... voi due avete paura! Non credevo di poter vivere tanto da vedere questo momento! -
Silenzio. I due uomini la guardarono in cagnesco, senza riuscire a controbattere.
- Siamo Cerberus, andiamo! Credete che se Logue non avesse voluto agire di testa sua l'uomo in armatura si sarebbe interessato alla rapina? E' un uomo dentro una lattina... dovremmo avere paura di questo?! -
- Non è solo. A Rain City ce ne sono altre di persone "peculiari" che potrebbero darci dei problemi. - disse il secondo uomo, quello calmo.
- Rain City è affar tuo mi pare, no? - rispose la donna.
- Ecco che cosa faro: continuerò come se nulla fosse successo nella mia ricerca, e quando qualcuno in armatura o con delle capacità che possano davvero impensierirmi mi si parerà davanti allora lo distruggerò, proprio come ho sempre fatto. Vi suggerisco di seguire il mio esempio. -
Detto questo, la donna si alzò e si allontanò dal tavolo, scomparendo nelle ombre.

I due uomini rimasero seduti, in silenzio, senza rivolgersi nemmeno uno sguardo.
Poi, il primo uomo sbatté di nuovo la mano sul tavolo: - Quella stronza! E' arrogante, è troppo sicura di sé, è cieca, è... -
- Potente. - lo interruppe l'altro. - Ed è sempre stata così. -
- Non ci pensare, finirà per rovinarsi da sola... e in quel momento offriremo il suo posto a qualcuno di molto più controllabile. Noi due abbiamo altro a cui pensare. Pericoli più immediati... -